Previsioni per la crescita globale 2026

Dal nostro inviato PARIGI è «iniziato come un film di suspense, ma non si è trasformato in un film catastrofico». Con questa frase a effetto Xavier Durand, Ceo di Coface, player mondiale nella gestione del rischio credito commerciale, attivo da 80 anni, ha aperto il rapporto globale annuale presentato ieri insieme alla prima Risk Review del 2026.

Si è quindi rivelato più stabile del previsto il caotico 2025, che pure «è stato tutto tranne che una passeggiata», secondo Jean- Christophe Caffet, capo economista del gruppo.

La previsione di una crescita del 2,8% è stata sostanzialmente centrata e il 2026 potrebbe chiudersi con un lieve rallentamento al 2,6%, tutto legato all’andamento della Cina che potrebbe frenare al 4,4% dopo il boom di esportazioni realizzate in vista dei dazi Usa e a causa di una domanda domestica ancora troppo debole: gli investimenti calano e il mercato del lavoro appare debole.

Le previsioni sono difficili, spiegano gli economisti, per i persistenti rischi geopolitici e per le alte quotazioni di diversi assets in un contesto di tassi ancora alti. I rischi, per quanto lievemente orientati verso il basso, restano in ogni caso bilanciati.

Gli Stati Uniti potrebbero crescere del 2,2%, dopo il 2,3% del 2025 e il 2,7% del 2024, mentre Eurolandia resterà stabile intorno al +1%. Si assisterà probabilmente al rimbalzo dell’economia tedesca (+1%, dopo lo 0,2% del 2025 e il -0,5% del 2024) e della tenuta della Francia allo 0,9 per cento. Il temuto effetto dei dazi di Donald Trump è stato quindi contenuto.

Le aziende Usa con maggior potere di mercato, ha spiegato il team di economisti, hanno sopportato gran parte del peso, mentre le imprese straniere, dopo aver aumentato le esportazioni prima dell’entrata in vigore delle tariffe, le hanno poi dirette verso Paesi meno penalizzati dai dazi: il Vietnam ha così visto un aumento del 43% annuo, tra gennaio e novembre, delle esportazioni verso gli Usa.

Una sola, alla fine, la bocciatura, quella del Senegal, a fronte di sei upgrade. Oltre a Cile, Barbados ed Ecuador, tre Paesi europei: Cipro, Polonia e Svezia. L’Italia resta quindi l’unico Paese dell’Unione europea, insieme a Romania e Bulgaria a presentare ancora un rischio «alto».

È una valutazione che potrebbe cambiare, in tempi anche relativamente rapidi. «Stiamo letteralmente cercando il momento giusto per “promuovere” il Paese», spiega Bruno De Moura Fernandes, responsabile della ricerca macroeconomica, che non nasconde il fatto che «la questione è un po’ complicata». Dopo il superbonus, spiega, la crescita è tornata «siamo tornati allo 0,5%, poi a circa lo 0,7-0,8» (le previsioni per 2025 e 2026: «Comunque livelli ancora bassi, a essere sinceri»).

«È vero – poi aggiunge – che il mercato del lavoro sta andando piuttosto bene. Questo è un aspetto molto positivo. Però quello che vediamo oggi in Italia è che la produttività non sta crescendo. Si guardi ai nuovi posti di lavoro: una parte rilevante è concentrata in settori a basso valore aggiunto – turismo, edilizia e così via. Inoltre, credo che alcuni lavori prima informali siano ora diventati formalizzati. Questo è positivo per i conti pubblici: vediamo infatti le entrate fiscali aumentare di circa un punto». L’Italia è quindi vicina, ma non ancora matura per un upgrade, una promozione: «Abbiamo la sensazione che esistano ancora problemi strutturali che devono essere risolti. Anche il tasso di partecipazione femminile, pur migliorando un po’, resta insufficiente: non siamo ancora dove dovremmo essere. E il rischio rimane elevato, o comunque più alto rispetto ad altre economie europee. Per questo la decisione è difficile. Ogni trimestre ci chiediamo: “È il momento giusto per migliorare il giudizio? “, poi torniamo indietro. Per noi il livello di rischio non è lo stesso di altri Paesi: la Francia potrebbe raggiungervi tra qualche mese o qualche anno, ma riteniamo che, per ora, l’Italia presenti ancora rischi più elevati rispetto ad altri Paesi dell’Europa occidentale.».

Il deficit, il tasso di risparmio, l’impatto che avranno i nuovi contratti collettivi sulle retribuzioni, ancora basse in termini reali sono i fattori sui quali si sta concentrando l’attenzione di Coface, conferma Laurine Pividal, l’economista che segue in dettaglio il Sud Europa.